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Il Perturbante – parte II

Posted by on 15:28 in Riflessioni | 0 comments

Il Perturbante – parte II

Un termine tedesco (unheimlich ) noto per essere stato usato Freud nella sua speculazione, viene tradotto in italiano come “perturbante”. E (lo si diceva nella “prima parte” di queste riflessioni) “perturbante” in italiano si traduce con parole quali “non rassicurante”, “inquietante”, “sinistro”. Dicevo che ciò che ci “perturba” è un campanello che improvvisamente suona nella nostra testa e ci fa prender coscienza della nostra ingenuità, della nostra fiducia malriposta e quindi della nostra fragilità se non addirittura precarietà; è lo scoprire di avere di fronte il lupo cattivo travestito da nonna, un segnale che ci arriva ostile dagli altri, tanto peggio quanto più abbiamo confidato in loro. Esperienze come queste sono anche un passaggio importante per lasciare, appunto, l’innocenza, ed entrare nell’età adulta.Ma non è solo questo il perturbante: su un altro livello, magari più avanti nel percorso della vita, non è dall’esterno che arriva la minaccia che ci sorprende radicalmente, ma dall’interno. Ancora una volta a chiarire facilmente il concetto ci viene incontro il cinema che in tanti casi ha usato (e abusato) di questa “faccia” del perturbante servendosi di uno specchio. Quante volte si è visto, in film dell’orrore, uno specchio che non rimanda l’immagine che si “immaginava”, che ci aspettavamo di vedere, ma qualcosa di spaventoso? Cosa fa spaventare?  A spaventarci è la nostra vera natura che viene svelata dallo sguardo che lo specchio permette di sperimentare, quello di un osservatore esterno. E’ il mostruoso ritratto di Dorian Grey, è la stessa paura che possiamo aver sperimentato pensando di essere da soli in casa e scoprendo improvvisamente una presenza. “Non eravamo soli” e la presenza che ci spaventa all’improvviso è una parte sconosciuta di noi che esiste in noi a nostra insaputa. E’ l’inconscio che affiora e viene a spaventarci perché contiene il “rimosso”, fatto di parti di noi e “negative” o motivo di vergogna, che cioè fanno paura: il nostro peggio! La vita spesso tira fuori dagli armadi i nostri scheletri, ciò che abbiamo rimosso e dimenticato, e li mette improvvisamente davanti ai nostri occhi ….a noi che siamo così buoni, onesti, civili!  Anche l’arte per Freud è in grado di svolgere la stessa funzione di uno specchio e ci può turbare: le opere d’arte colpiscono i singoli in modi diversi, possono suscitare emozioni, “risuonare” nell’inconscio di alcuni individui e non di altri, del resto l’inconscio è qualcosa di molto individuale! Alla fine, qualsiasi esperienza può metterci davanti a ciò in cui ci riconosciamo, ci rispecchiamo dal profondo; e spesso -dopo quella esperienza- possiamo cominciare a conoscere di più noi stessi prendendo coscienza che quell’esperienza svela una parte di...

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IL Perturbante – parte I

Posted by on 15:24 in Riflessioni | 0 comments

IL Perturbante – parte I

C’è un termine tedesco (unheimlich ) noto per essere stato usato Freud nella sua speculazione, questa parola viene tradotta in italiano come “perturbante”. “Perturbante” in italiano è un termine pieno di sfumature, ma la traduzione dal tedesco che ne danno i dizionari ci aiuta ad entrare in argomento perché di assoluta chiarezza: inquietante, sinistro, non rassicurante.Parliamo quindi di esperienze caratterizzate in primo luogo da emozione sgradevole, qualcosa che tutti proviamo o abbiamo provato, fin dall’infanzia, e che vale la pena di commentare. E’ innanzi tutto interessante l’input fornito dal termine “perturbante”: “turbare” significa modificare uno stato esistente. Parliamo quindi di un indizio che appare nel bel mezzo di una situazione che credevamo di conoscere e/o addirittura controllare, e per questo consideravamo rassicurante: una interruzione che allarma, sia essa percepita come una inquietante stonatura, un dubbio, un sospetto, sia che irrompa violentemente manifestandosi esplicitamente come pericolo. Il cinema offre esempi da manuale del “perturbante” quando fa ad esempio uso di bambole nei film horror, oggetti che rimandano all’innocenza e alla serenità che improvvisamente si animano rivelando in vario modo il loro essere portatori di male e paura. Tutti abbiamo provato qualcosa del genere fin dall’infanzia, per questo la rappresentazione nei film di quelle “bambole malefiche” possono inquietarci così fortemente. Ciò che ci “perturba” è un campanello che suona nella nostra testa, una percezione del pericolo che magari non vogliamo ascoltare perché proviene da una fonte che dovrebbe darci solo serenità e invece si rivela essere (anche) tutto l’opposto. Qualche esempio? Una parola detta da un amico che ci rivela non essere più (o mai stato) tale; il lapsus di un amore che rivela il suo non essere fedele; l’attimo in cui percepiamo l’intenzione manipolatoria che nasconde colui che ci sta parlando; fino a quel lampo nello sguardo dell’orco o della strega che gli Hansel e Gratel delle favole (e anche i bambini veri) colgono capendo all’improvviso di essere perduti. Sono tutti tradimenti. La percezione di pericolo del “perturbante” non è quella del pericolo per la nostra salute come può esserlo una scossa di terremoto: non necessariamente almeno; se i muri che dovevano ripararci non reggono, non percepiamo i muri come ostili e pericolosi. Quello che veramente “perturba” è un pericolo intenzionale e malcelato proveniente da altri esseri, così un’intuizione e che confonde la nostra mente perché ci mette davanti alla nostra fiducia tradita, ci mostra la nostra innocenza ricambiata con l’abbandono, l’oggettificazione e l’indifferenza, pericoli mortali per la psiche di un essere umano. Per diventare adulti però l’innocenza va superata, l’imbroglio esiste e va gestito. Ma ad essere “perturbante” non è solo questo, la vita spesso tira fuori dagli armadi i nostri scheletri che abbiamo rimosso e li mette improvvisamente davanti ai nostri occhi ….a noi che siamo così buoni, onesti, corretti…. Ma questo è un altro...

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Ratan Tata

Posted by on 15:32 in Riflessioni | 0 comments

Ratan Tata

Alcune belle righe di Ratan Tata, imprenditore indiano, uno degli uomini più potenti al mondo*: 1. Non educate i vostri figli ad essere ricchi: educateli ad essere felici. Cosi quando cresceranno sapranno riconoscere il valore delle cose e non il loro prezzo . 2. Mangiate il vostro cibo come medicina . Altrimenti mangerete le vostre medicine come cibo . 3. Chi vi ama veramente non vi lascerà mai. Perché anche se ci saranno100 motivi per andar via , troverà sempre una ragione per restare . 4. C’è molta differenza tra esseri umani ed essere umano . Solo pochi la capiscono. 5. Sei amato quando nasci, e sarai amato quando muori. Il tempo che c’è tra i due momenti lo devi gestire tu! 6. Se vuoi camminare veloce, cammina da solo ! Ma se vuoi andare lontano, cammina in compagnia ! ———— *I Sei migliori medici del Mondo*: 1. Luce solare 2. Riposo 3. Esercizio 4. Dieta 5. Fiducia in Se Stessi 6. Amici. Mantienili in tutte le fasi della vita e avrai una vita sana . Se guardi la Luna ….. Vedi la bellezza di Dio ….. Se guardi il Sole ….. Vedi la potenza di Dio ….. Se guardi lo Specchio ….. Vedi la migliore creazione di Dio ….. Quindi, credi in te stesso …. Siamo tutti turisti, e Dio è il nostro agente di viaggio che ha già fissato le nostre rotte, prenotazioni e destinazioni. Quindi, fidati di Lui e divertiti in questo Viaggio chiamato * VITA …...

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A ruota libera

Posted by on 15:35 in Riflessioni | 0 comments

A ruota libera

Non me ne voglia nessuno se ogni tanto parlo della professione e di quello che vivo ogni giorno, e che naturalmente vivono anche i miei Colleghi. Ci sono aspetti che grosso modo potremmo definire “tecnici” che a qualcuno potrebbe essere utile conoscere, come una mia statistica personale per esempio, con qualche commento. La schiacciante maggioranza di coloro che visitano uno psicologo hanno problemi con radici nell’infanzia (anche quando si tratta di un problema d lavoro o coniugale): piccoli o grandi fatti, ambienti, traumi, presenze o assenze sperimentate nell’infanzia o comunque di solito prima dell’adolescenza. E quando dico “la schiacciante maggioranza” intendo questo letteralmente.  Anche la nostra indole ha ovviamente a che fare con i nostri problemi; nel complesso impasto dei fattori che ci portano a parlare con uno psicologo c’è un dato fondamentale: la nostra vita non si sviluppa solo sulla base di ciò che ci succede ma in particolare sulla base di come reagiamo a ciò che ci succede. Ma noi reagiamo così perché ci è successa la tal cosa! Sì, certamente, condizionamento genera comportamento che genera a sua volta condizionamento e comportamento, sempre più radicati e via così. Una frase che circola periodicamente sui social e che viene attribuita a vari personaggi, da Buddha a Platone, passando per qualche Santo, sintetizza molto bene questa dinamica; dice, vado a memoria, che il nostro destino ha le sue radici nei nostri pensieri i quali, se ripetuti, diventano convinzioni, che se ribadite si trasformano in gesti, abitudini e poi ancòra azioni, poi dettano le scelte e quindi il destino. In effetti funziona proprio così, e gli psicologi servono proprio a far cambiare traiettoria a qualche circolo vizioso in cui ci si trova impantanati, anche gravemente. Un’altra caratteristica che unisce quasi tutti i pazienti è che la concentrazione sui problemi (o su un problema di fondo, quando lo scoprono) li fa vivere come se niente altro esistesse e loro vivessero dentro una bottiglia tappata. Lo so che la sensazione è esattamente questa, ”imbottigliati “ (senso di impotenza e pessimismo); del resto, in alcune fasi per il paziente è impossibile prendere in considerazione o accettare di essere un caso “comune” termine che suona come “molto diffuso, frequente da riscontrare” ma anche “banale”. Individualmente considerato, niente è definibile “banale”, ma se sottolineo la numerosità di esseri umani che vivono le stesse cose, è perché prendere coscienza che non si è soli nella condizione che si sta vivendo può essere salutare; chi lo comprende in genere cerca di trovare un’associazione di mutuo aiuto, una pagina social in cui riconoscersi, discutere il problema con altri, magari prova a crearle lui; insomma, passa all’azione, cioè inizia a vedere oggettivamente il problema e, in prospettiva, forse a chiudere delle ferite. E quelli che dallo psicologo non ci vanno e non ci vorranno mai andare? Conosciamo tutti qualcuno così. Loro sfuggono a questa statistica? No, malgrado loro, rientrano pienamente nella stessa statistica come tutti gli altri, la differenza è solo che non lo sanno e probabilmente non lo sapranno mai. Intanto buon Natale e buon...

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La formazione del volontario

Posted by on 15:39 in Riflessioni | 0 comments

La formazione del volontario

La formazione del Volontario: QUANDO, COME E PERCHE’ – dalla Relazione del Dottor Luigi Valera Convegno SIPO Firenze settembre 2018 QUANDO Assistere le persone da volontari significa prendersene cura. Noi sviluppiamo la capacità di prenderci cura dal fatto di essere stati oggetto di cura nell’infanzia e similmente, la capacità di un adulto di «prendersi cura» attraverso la «relazione di aiuto», necessita a sua volta di compartecipazione emotiva. Chi sente il proprio bisogno di accogliere, parte sempre da un inconscio bisogno di sentirsi accolto. Il volontario quindi dovrebbe domandare a sé stesso se è capace di ascoltare con partecipazione e calore, porsi dalla parte dell’altro, comunicare fiducia e speranza, affrontare difficoltà e insuccessi.La relazione d’aiuto d’altro canto obbliga a confrontarsi con i valori della società e della cultura contemporanee che si caratterizzano per chiusura (paura diffusa dell’alterità), non accettazione del limite (onnipotenza, fuga dalla frustrazione, ghettizzazione della morte), fragilità personale e sociale. Anche solo per questa ragione il volontario è costretto a mettersi in discussione, a cimentarsi con la “ricerca di senso” a proposito delle proprie scelte e in generale della propria vita: non è sempre semplice essere volontario quando si è a contatto con la sofferenza; la sofferenza “dell’altro” potrebbe amplificare le sofferenze proprie del volontario e obbligarlo a rivedere e modificare la propria scala di valori.  Nella nostra cultura non è facile accogliere l’altro, è normale provare diffidenza, timore (impediscono la relazione); anche se senza “l’altro” non possiamo vivere, prevalgono all’inizio prudenza e istinto di difesa, individualismo. Superare tutto questo porta a ricchezza di risultati, ma richiede lavoro e disponibilità a cambiare e a fare proprio il significato della parola “accogliere” che indica un processo da attraversare. Uno dei cardini è imparare che non si sta facendo “la carità” ma si sta “accogliendo”, ovvero condividendo la propria vita, semplicemente ed autenticamente.Non significa aiutare chi è più sfortunato, bisogna abbandonare il desiderio e l’illusione di poter “fare del bene” ad ogni costo, ma iniziare a guardare sé stessi. Il comportamento spiega bene l’iter: è fondamentale raggiungere l’altro dove lui è, ma senza travolgerlo; occorre saper “essere accanto” ben visibili e disponibili, ma in grado anche di attendere che l’altro faccia un cenno per chiedere. Il processo inizia dunque dai nostri limiti e fragilità, non dall’onnipotenza. Non sostituirsi all’altro, accettare invece l’altro com’è, dandogli la possibilità di vivere appieno; questo ci costringe ad imparare a «stare accanto», a volte anche senza «fare» nulla, ma presenti. COME Il volontario non è un eroe ma solo una persona socialmente responsabile, solidale, il cui interesse e impegno per gli altri, nascono dalla attitudine alla partecipazione alla vita dei singoli e della società (cultura, politica). Apertura e flessibilità: la disponibilità dunque a lasciar “entrare” l’altro con i suoi “bagagli” senza pregiudizi (consapevolezza dei nostri “bagagli”). Strumenti sono l’ascolto attivo e partecipativo dell’altro (e di ciò che suscita in noi), un rapporto “ circolare” (accettare la possibilità che l’altro modifichi aspetti di noi senza annullarci, ma arricchendoci). La comunicazione significativa e profonda passa soprattutto attraverso le emozioni ed il canale non verbale (le espressioni del viso, il tono della voce, ecc.); comunicare aiuta l’”altro” a vivere lo stato di difficoltà da protagonista attivo e consapevole, considerato un interlocutore privilegiato. Questo aiuta gradualmente a creare la relazione di aiuto e l’alleanza tra il volontario ed il suo interlocutore, nel rispetto...

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Sessualità e malattia

Posted by on 15:41 in Riflessioni | 0 comments

Sessualità e malattia

In tutte le culture e in tutte le epoche, la sessualità costituisce una sfera della vita umana che ha un ruolo centrale e cruciale. La sessualità non è mai stata vissuta come un ambito del tutto “neutro” dell’esistenza, ma sempre concepita nelle diverse culture qualcosa di “speciale” e di volta in volta celebrata oppure, all’opposto, nascosta e ricoperta di tabu. Nella nostra civiltà e nel nostro mondo occidentale, molti tabu legati al sesso, che resistevano da secoli, sono stati abbattuti e sostituiti financo da una continua ostentazione; questa però denuncia la perdurante mancanza di “confidenza” con questo tema. La sessualità di fatto viene riduttivamente interpretata come pura genitalità, poco o per nulla bilanciata e integrata con una delle componenti più importanti dell’essere umano, la affettività. La sessualità intesa come genitalità è strettamente legata al potenziale riproduttivo (e lo è anche quando la genitalità è vissuta fine a sé stessa) ed è per questo appannaggio prevalentemente dell’età giovanile. Ancor più –in un’epoca come la nostra in cui le immagini sono così importanti- la sessualità viene continuamente proposta, interpretata e pubblicizzata in uno stretto legame con i canoni estetici vigenti, dove prevalgono esibizioni muscolari e corpi esteticamente desiderabili. Tutto questo nel nostro mondo è appannaggio dell’età giovanile, ed è della età giovanile che sono state isolate alcune caratteristiche, esaltate e indicate come modello da proporre a tutta la collettività: bellezza, salute, energia. Con questa premessa, non stupisce che vengano travisati il senso e il valore che la sessualità ha per le persone: al contrario, la realtà è che tutti gli esseri umani, in qualsiasi condizione si trovi il loro corpo e in qualsiasi punto si trovino della parabola della vita, hanno una sessualità e hanno il bisogno -così come il diritto* di viverla. Ma la nostra società non è ancora pronta, perché non è educata a comprendere questa facile verità. Certamente non è semplice arrivarci: mentre assistiamo ad una estrema liberalizzazione dei costumi infatti, la sessualità, proprio perché relegata a “faccenda per giovani” viene ricoperta di tabu se vissuta e agita dagli anziani. Ancor più forte è il tabu quando si pensa alla sessualità agita da chi sia affetto per esempio da un handicap grave o da una malattia: la nostra società non vede in queste condizioni nulla di bello o di “sano” o di forte e quindi molto facilmente se ne scandalizza. Ma c’è di peggio: la condizione più di tutte inconcepibile e inaccettabile per la maggior parte di noi, è quella dell’abbinamento sessualità-malattia terminale. Forse non c’è nulla che più venga sentito come distante dalla condizione di malattia terminale come la sessualità. Nella nostra cultura, e non solo nella nostra, vige l’equivalenza sessualità=vita e malattia terminale=morte: due opposti che non possono convivere.  In questo modo però, si dimentica che anche un malato in condizione di terminalità è ancora vivo. Certamente, nel caso di un malato grave, non parliamo della sessualità agita come quando si è in perfetta forma fisica e pieni di energie; parliamo invece della sessualità a tutto tondo, parliamo cioè del bisogno di affetto, tenerezza, intimità e contatto fisico, che soddisfano bisogni degli esseri umani che sono basilari e nelle persone possono essere vivi finché le persone lo sono.  Il malato stesso può essere vittima di questo tabu e conseguentemente della vergogna; ma anche quando il malato...

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Ora basta! Azzeriamo tutto!

Posted by on 15:45 in Riflessioni | 0 comments

Ora basta! Azzeriamo tutto!

Azzeriamo tutto e ricominciamo da capo. Se pur essendo persone un po’ ansiose, nervose e spesso soggette a pensieri negativi, sapete cosa significa “staccare la spina” (magari avete imparato a farlo quando andate in vacanza) vi sarà più facile comprendere che il cambiamento è possibile: ovvero, che il famoso “ripartiamo da zero” è una cosa che si può fare. Una buona parte dello stress che viviamo nella nostra routine nasce dal fatto che viviamo in uno schema vecchio, una specie di gabbia in cui pensiamo di essere costretti continuamente a rientrare e dove rivivremo rapporti che non ci piacciono, stupidi problemi mai risolti e –nella migliore delle ipotesi- molte noiose seccature. Bene, cerchiamo di comprendere che questa nuvola nera che ci angustia è alimentata in buona misura da noi stessi e dal modo in cui reagiamo di fronte a persone e situazioni che giudichiamo negativamente. Ciascuno di noi è convinto di avere delle seccature, di solito non gravi, capaci però di rovinare l’umore e le giornate; oppure abbiamo difficoltà ad andare d’accordo con qualcuno e non riusciamo ad averci a che fare senza innervosirci. In buona misura tutto questo succede solo perché noi stessi diamo troppo spazio e attenzione a queste cose. Spesso la ragione del fastidio è ampiamente superabile con un po’ di tolleranza e leggerezza. Il miglior modo per difendersi è non dare peso, ovvero, provare ad essere -noi per primi- diversi. Le abitudini si possono cambiare: serve solo allenarsi ad essere diversi dai vecchi noi, a vedere le cose da punti di vista nuovi. Tre quarti dei fastidi della giornata dipendono da giudizi sulle situazioni che abbiamo dato in passato e che continuiamo a portarci appresso come uno zaino sulle spalle; poi incontriamo quella persona e il vecchio disco nella nostra testa riparte a suonare la solita musica. Ma è veramente necessario ripetere questo copione all’infinito? Sappiamo bene che altre persone, che non hanno i nostri problemi (ne hanno sicuramente altri che magari a noi non sembrano neppure problemi) reagirebbero in modo completamente diverso. Altre persone, cioè, affronterebbero i “nostri” problemi con una leggerezza che noi non conosciamo: ciò significa che un’altra prospettiva esiste, che è possibile adottare un altro modo di reagire alla stessa situazione; pare semplicistico, ma dovremmo provare ad imitarli, senza imporci grandi sforzi, semplicemente come fanno i bambini quando imparano i comportamenti dagli adulti, solo osservandoli e ripetendo. Proviamo a non dare sempre le stesse risposte alle solite cose, proviamo a reinventarci, a non vedere la quotidianità come chi sa già come sarà il seguito e si rassegna a replicare ogni giorno le stesse cose. La coazione a ripetere certi copioni, accade ad esempio in tutte le famiglie, è cosa di cui gli psicologi si occupano quotidianamente. Ma davvero ci serve tenere tutto il nostro passato con noi? Anche stupidi episodi su cui facciamo questioni di principio? Perché farci tenere compagnia da pensieri neri su quello che non ci piace e per giunta non sta accadendo in questo momento: quanta parte delle cose che ci appesantiscono le giornate è veramente così attuale e importante da lasciare che continuino a rovinarcele? Azzeriamo tutto, buttiamoci alle spalle le nostre reazioni abituali agli stessi stimoli, diamoci piuttosto un compito, un allenamento da seguire: alzarci ogni mattina come se fossimo “nuovi”, reinventandoci persino nel modo di...

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Il senso di colpa del care giver

Posted by on 15:58 in Riflessioni | 0 comments

Il senso di colpa del care giver

Quando si assiste un malato grave, anche se ci sono tante figure ad occuparsi del suo bisogno di cure e assistenza, c’è n’è sempre una, un parente, un amico, o addirittura qualcuno del personale sanitario, che ha un ruolo preminente. E’ chiamato in inglese e nel gergo medico “care giver” e nella maggioranza dei casi è una persona particolarmente vicina al malato, il coniuge, un figlio, una sorella, un parente stretto …. insomma è il primo referente del paziente ed è la prima persona con cui i medici parlano, colui –o colei- che si fa interprete del paziente quando questo non è più in grado di esprimere la sua volontà o i suoi bisogni. Quando ci sono legami affettivi, chi assiste un malato grave è in una situazione particolarmente difficile: non dispone di solito delle conoscenze che hanno i sanitari ed è penalizzato dall’affetto: occuparsi di una persona cara che soffre è estremamente faticoso perché è psicologicamente doloroso.  Accudire un malato grave, soprattutto se morente, significa per il care giver avere a che fare con ricordi belli e brutti della vita passata, significa rivivere gioie e rabbie e in definitiva è portato a riesaminare la propria vita: quanto più il legame affettivo è stretto, quanto più ciò sarà vero.  E poi non si parla mai di un altro aspetto, per quanto per un care giver sia devastante veder soffrire una persona cara, nella miscellanea di sentimenti che prova ce ne sono di inconfessabili; quando ero agli inizi della carriera, ad un giovane uomo, che aveva appena perso la moglie dopo una lunga battaglia contro un tumore, avevo espresso un commento sulla sofferenza dovuta al distacco e lui mi ha risposto con enfasi mista a imbarazzo “è vero dottore, io la amavo tanto, ma ho desiderato che morisse, non ce la facevo più”.  Ho poi presto verificato che succede molto spesso: chi assiste un malato incurabile desidera che la persona non soffra più, ma così implicitamente sta desiderando la sua morte come una liberazione; è giustamente stanco per la fatica fisica e per la prolungata tensione che la situazione genera, così si sorprende a pensare a qualcosa che potrebbe abbreviarne la durata; ed è un pensiero che da sollievo e insieme grandi sensi di colpa: ci si vergogna di pensieri ed emozioni che appaiono sbagliati, riprovevoli o impietosi. Eppure sono anch’essi parte di noi, pensieri per molti di noi inconfessabili ma che sono solo una forma di autodifesa della nostra psiche che, per vivere serenamente, vorrebbe essere...

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Il senso dell’essere umani

Posted by on 16:00 in Riflessioni | 0 comments

Il senso dell’essere umani

Non ditemi che l’argomento non è adatto al clima di vacanza, certe cose molto serie vanno dette! 🙂 Di solito, non ci si chiede “perché” accadano cose piacevoli nella vita, ma -al contrario- non si fa che chiedere “perché” quando sono sgradevoli. Il linguaggio comune, che ha radici lontane e di solito è molto saggio, ci svela la nostra quotidiana e disattenta consapevolezza del “fato” -come lo chiamavano gli antichi- quale elemento sempre presente nella nostra vita. Diciamo: “era destino che andasse così”, “che brutto destino ha avuto”- “la fortuna è cieca” etc. La “sorte”, o “fortuna”, nelle civiltà antiche era considerata più potente degli dei: elargiva –per lo più in modo casuale- disagio e provvidenza, era ineluttabile e tra i suoi simboli (stavolta non per caso!) c’era talvolta la ruota. Questo concetto del destino che accomuna gli esseri umani persino agli dei ed eroi mitici, è una fondamentale indicazione che il mito ci offre: accettare l’idea che esiste un destino che ci sovrasta è sempre servito a trovare una spiegazione anche a ciò che un senso sembra proprio non averlo. E’ un insegnamento forse difficile da accettare, ma il mito ci dice che la sorte “fa parte del gioco” dell’essere vivi. Le vicende della nostra vita ci accomunano tutti in quanto parte dell’umanità, capirlo significa riconoscere in profondità la nostra condizione di esseri umani. Ci sembra a volte che gli altri abbiano una miglior “sorte” della nostra, ma non sappiamo mai realmente cosa c’è “dentro gli altri” cosa sentono e quale sarà il loro destino: tutti possiamo essere soggetti alle cose belle o brutte che accadono ai vivi, le stesse gioie e sofferenze vissute dagli “altri”, così come dai nostri predecessori fin dall’inizio dei tempi. Questa potrebbe essere la presa di coscienza più “alta” della vita umana, e anche delle nostre relazioni con i nostri simili, la risposta più profonda e anche “misteriosa” verso cui la psicoanalisi può contribuire a indirizzare chi vuole riuscire a superare psicologicamente gravi eventi...

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I ponti di Madison County

Posted by on 16:03 in Riflessioni | 0 comments

I ponti di Madison County

E’ il titolo di un eccellente film firmato da Clint Eastwood, che ne è anche protagonista insieme a Meryl Streep (chi non lo conosce può trovare un molto-ben-fatto riassunto della vicenda in https://it.wikipedia.org/wiki/I_ponti_di_Madison_County ).  E’ un film pluripremiato, “ricco” di sensibilità umana, ambientato negli anni ’60 nella profonda provincia americana. L’elemento centrale della storia è una “scelta”; una esperienza drammatica di cui molti si trovano a fare esperienza, ma in questo caso credo sia anche un omaggio delizioso e tenerissimo del regista alle donne della sua generazione. Si parla di una attrazione da subito molto intensa che travolge in soli quattro giorni due persone che si sono appena casualmente conosciute, ma che si sono subito “riconosciute” e amate; la narrazione del film fa poi comprendere che sarà per entrambi l’amore di una intera vita.  Ma dopo soli quattro giorni lui si deve allontanare definitivamente e chiede a lei di seguirlo; il dramma colpisce entrambi, ma è su di lei che cade la responsabilità della scelta: lasciare tutto per seguire un’intuizione (ma sarà giusta?), un’attrazione, il desiderio di sentirsi sé stessa e felice, e decidere senza avere sufficiente tempo per riflettere, soppesare gioia e sensi di colpa, felicità e rimpianto, sicurezza e ignoto, per capire se avrebbe la forza di sopportare le conseguenze. Certo, perché lei ha una quarantina d’anni, è sposata, ha figli e siamo appena a ridosso di un periodo in cui le donne cominceranno a sentirsi più libere di cercare la propria strada, ma quel periodo non era ancora cominciato, tanto meno nello Iowa degli anni ’60.  E poi ci sono gli affetti e i doveri: come si possono lasciare i figli? Lei è pienamente nel suo tempo: ha un rapporto con il marito basato sulla dipendenza economica e anche sulla lealtà e sull’obbligo –lo stretto obbligo- della fedeltà coniugale. Tutto questo decretato dalle convenzioni, dalla religione, dalla cultura millenaria di non-autonomia che hanno alle spalle tutte le donne del mondo (e forse, uno dei dettagli eccellenti di cui il film è costellato, anche dalla cultura mediterranea della protagonista che si chiama Francesca ed è di origine italiana). Nella scena più drammatica del film lei è in auto accanto al marito appena rientrato dopo quattro giorni di assenza, vanno in città per commissioni e, fermi ad un semaforo rosso, hanno davanti a loro il pickup di quell’uomo amato e appena conosciuto che sta per lasciare la cittadina. Quando il semaforo diventa verde, il pickup non parte, è l’invito di lui a lasciare tutto –tutto, lei non avrebbe neppure una valigia- e ad andare via insieme. E lei, che vorrebbe andare, ha afferrato la maniglia della portiera con tutte le forze, potrebbe scendere e raggiungerlo in pochi passi. Ma forse non sceglie nemmeno, forse è pietrificata dalle emozioni e dalla paura mentre il marito si chiede a voce alta perché il pickup davanti a loro non parta. Lei resta in macchina, accanto al marito, mentre il pickup si decide a partire e svolta allontanandosi: non si rivedranno più. Tutti, ma in particolare chi ha o ha avuto una mamma nata negli anni ’20 o ’30, dovrebbero vedere questo...

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