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Guardarsi negli occhi per addomesticarsi

Guardarsi negli occhi per addomesticarsi

Cosa ci fa paura nello “straniero”, ovvero nell’ “estraneo”, colui che si suppone essere “diverso” da noi?

In genere tutto quello che non conosciamo, che potrebbe essere minaccioso e che fa istintivamente scattare le nostre misure difensive: quello che ci fa paura è dunque una supposizione.

Ma questa supposizione è radicata nella nostra storia più antica e -per noi come per gli altri animali- è sempre servita ad aiutarci a difendere il territorio, specialmente se lo “straniero” non è solo, ma si muove in gruppo.

Nell’Italia di oggi, il miglior modo per non reagire sulle sole supposizioni è la conoscenza personale, anche occasionale, ma spesso sufficiente a far cominciare a notare più le somiglianze che le differenze con l’altro.

Quello che segue è il breve racconto di un pomeriggio di festa in un centro per rifugiati a Milano, scritto da una amica.

“Inizio dicembre, Milano periferia Ovest, il Comune ha destinato una ex scuola all’accoglienza di rifugiati. Sono tutti in attesa di vedere riconosciuta questa condizione e il Comune li tiene anche un po’ occupati, un operatore che lavora lì mi dice che hanno fatto qualcosa con la municipalizzata che si occupa delle fogne. No comment. Oggi c’è una festa, si balla la pizzica con un gruppo che suona dal vivo, ci sono anche mollti ospiti come me, appassionata ed estemporanea maestra di pizzica, con l’obiettivo di coinvolgere i ragazzi e farli divertire; in parole povere siamo l'”animazione”.

La scuola è carina e sembra accogliente, poi mi spiegano che il riscaldamento funziona solo in parte … “ma se la cavano, sono giovani”. Duecento persone, tutte arrivate dall’Africa, quasi tutti ragazzi, nessuno sopra i trenta anni, una ventina di madri giovanissime e una ventina di bambini strepitosamente belli, alcuni in fasce, alcuni arrivati senza genitori. Parlo con i ragazzi più grandi, tra una pizzica e l’altra a cui si lasciano trascinare frenati solo da una timidezza che fa subito pensare ad una educazione “vecchio stampo” e severa.

Si parla con chi sa l’inglese. Sono giovani e pieni di energie, sono bene educati, grazie a genitori che non vedranno forse più. Poi mentre parliamo, il dettaglio che fingevo di ignorare: questi ragazzi con cui parlo tranquillamente sono arrivati con i barconi. Hanno vissuto la paura, il terrore di non farcela, patito il gelo di notte in mare, nel buio, e forse hanno visto l’inferno, forse del loro barcone sono tra i pochi superstiti.

La conoscenza superficiale e stordita che ci procura la televisione sparisce, ora stanno parlando con me, si chiamano così, hanno quelle fattezze, sono normalmente simpatici, imparano subito i passi, oppure sono negati. Non oso chiedere del loro viaggio, davvero non ne ho il coraggio, preferisco chiedere cosa vorrebbero fare in futuro. Parlo con loro e ci si guarda negli occhi, c’è stato qualche mezzo sorriso rispettoso, da parte loro per la mia età, da parte mia per le ombre che intravedo nei loro sguardi. Non sono più alcuni “qualsiasi” fra centinaia di migliaia.

Nel “Piccolo Principe”, de Saint Exupéry diceva che addomesticarsi significa non essere più “uno qualsiasi” l’uno per l’altro, per me significa che non si percepiscono più tanto le differenze quanto invece le somiglianze. Sono commossa e sollevata per ciascuno di loro pensando ai pericoli che hanno corso, e ho lo stomaco contratto pensando a quel ragazzo di cui non conosco il viso, che qualche giorno prima, nello stesso Centro, sì è tolto la vita”.