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Integrazione e gruppalità

Integrazione e gruppalità

 Il Cancro è una patologia che disorganizza, invade e distrugge la altre cellule fisiche e psichiche, con l’instaurazione della paura che é un grosso peso per il paziente ed un inquilino invadente dentro la casa, e rappresenta una minaccia per la dare una risposta a questo disagio globale, ho strutturato il mio intervento clinico ad indirizzo psicoanalitico, utilizzando la gruppalità come sonda di conoscenza e come strumento terapeutico; privilegiando l’aspetto integrativo  per cercare di riorganizzare quello che la malattia ha disgregato, facendo i conti con i limite dei fattori istituzionale dove io opero.

 La lettura bioniana delle mie dinamiche e di quelle dei pazienti in gruppo, ci ha permesso di condividere l’esperienza del trauma e della separazione, attraverso il ricordare,  e ri-elaborare e rappresentare un’esperienza angosciosa senza nome, allo scopo di stimolare l’utilizzo e l’aumento della pensabilità, individuando potenzialità mai  precedentemente conosciute (capacità negativa di W.Bion). Così come hanno fatto i nostri emigranti in terra straniera, quando sconfortati si sentivano perseguitati da Dio e dal destino.

La figura dello psicoanalista si colloca in una zona di frontiera tra la medicina e l’antropologia della salute. Colui che conosce le due lingue, una delle quali a lui straniera, conosce anche le culture diverse per capire gli assiomi e le sfumature.

Quindi si colloca tra l’oncologia e la psicologia, è uno psicoterapeuta che opera in un’altra sede (l’oncologia) con il suo sapere (psicoanalisi)) per facilitare un cambiamento attraverso un processo semantico, cioè la ricerca del senso.

Vi è una grande difficoltà da parte dei pazienti ad accettare la proposta di partecipazione ad un gruppo  terapeutico, poiché vi è spesso  la richiesta  di un rapporto individuale di stile  maternage; inoltre la nostra cultura non facilita la condivisione in gruppo, poichè basata sulla diffidenza da tutto ciò che è estraneo all’ambito famigliare. Per queste ragioni è sconsigliabile la partecipazione in gruppo a persone in fase diagnostica, pre-operatoria o terminale,  la presenza di pazienti con recidiva va sempre confrontata nell’economia del gruppo nella sua globalità, mentre il gruppo ha un gran valore terapeutico come strumento riabilitativo.

 Ho privilegiato il setting gruppale per le sue specificità di: rispecchiamento dove la sofferenza, oltre ad essere percepita e trasmessa intersoggettivamente, viene  anche trasmessa con la comunicazione del corpo, e quindi meglio capito e supportato dalla condivisione con gli altri, così perfettamente definita da F. Corrao come koinoinonia . Ed anche per  ridurre l’utilizzo dell’identificazione proiettiva dei pazienti poiché possono sperimentare in gruppo la reciprocità nel vedere nell’altro i propri aspetti evacuativi inconsciamente. I componenti del gruppo possono rappresentare i fantasmi insiti in ognuno di noi: che possono essere ascoltati, compresi ed attraversati dall’esperienza condivisa e guidata dal conduttore, che permette ai componenti di potersi confrontare; stimolando lo scambio di una visione binoculare :essere ammalati nel corpo-mente, nella prospettiva di mantenere una correlazione  della patologia in una relazione mentale e fisica, dove entrambi coabitano, così come avviene con l’inconscio e la coscienza.

Il gruppo quindi come strumento privilegiato per uscire da uno stato di sofferenza che tenderebbe all’isolamento, in direzione di una palestra protetta, prima di affrontare il “mare aperto” del sociale.

Il gruppo anche come strumento centrifugo per accelerare i tempi e i vari punti di vista e per facilitare l’integrazione di emozioni e pensieri e  rimuovendo il vecchio schema mentale nell’utilizzo di categorie rigide come: bene/male buono/cattivo, ma inseriti nel qui ed ora della soggettività e relatività.

Lo strumento psicoanalitico gruppale (Wilfred Bion) è da considerarsi fondamentale nella conoscenza del campo terapeutico: poiché partendo da un’intuizione emotiva (conosciuta e non pensata) questa ha potuto trasformarsi in un’esperienza maturativa evolutiva attraverso un percorso di integrazione tra cognitivo, emotivo e motivazionale. , per poter trasformare delle sensazioni somato-psichiche in pensieri ed emozioni.

  Associando al cognitivo anche gli aspetti emotivi, precedentemente negati, si è potuto evidenziare esperienze affettive d’attaccamento e di separazione precedenti, e come tutt’ora questi interferiscono in un inconscio relazionale (J.Bowlby)   nel rapporto con il/la partner ed anche il personale curante,

Conclusioni: Attualmente il gruppo che sto conducendo sta riflettendo sul concetto di verità, comprendendo che è relativo e soggettivo, e che è più importante la tensione che il raggiungimento.

La verità è scomoda ma liberatoria, è importante cercarla in noi stessi per non de-formarla sugli altri……. affermando che forse siamo la conseguenza impazzita di una “cellula impazzita” alla ricerca di una logica dell”impazzimento “soggettivo”.

 Nel suo testo Disagio della civiltà (O.S.F. 1929) S. Freud scrive che l’uomo è destinato a soffrire per le tre seguenti cause:

  • I°   a causa del proprio corpo che invecchia e si ammala
  • II°  a causa del mondo esterno che può infierire con forza distruttiva ineluttabile
  • III° a causa delle sue relazioni con gli altri uomini;

quest’ultima sembra essere avvertita come la più dolorosa delle altre.