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La formazione del volontario

La formazione del volontario

La formazione del Volontario: QUANDO, COME E PERCHE’ – dalla Relazione del Dottor Luigi Valera Convegno SIPO Firenze settembre 2018

QUANDO Assistere le persone da volontari significa prendersene cura. Noi sviluppiamo la capacità di prenderci cura dal fatto di essere stati oggetto di cura nell’infanzia e similmente, la capacità di un adulto di «prendersi cura» attraverso la «relazione di aiuto», necessita a sua volta di compartecipazione emotiva. 
Chi sente il proprio bisogno di accogliere, parte sempre da un inconscio bisogno di sentirsi accolto. Il volontario quindi dovrebbe domandare a sé stesso se è capace di ascoltare con partecipazione e calore, porsi dalla parte dell’altro, comunicare fiducia e speranza, affrontare difficoltà e insuccessi.
La relazione d’aiuto d’altro canto obbliga a confrontarsi con i valori della società e della cultura contemporanee che si caratterizzano per chiusura (paura diffusa dell’alterità), non accettazione del limite (onnipotenza, fuga dalla frustrazione, ghettizzazione della morte), fragilità personale e sociale. 
Anche solo per questa ragione il volontario è costretto a mettersi in discussione, a cimentarsi con la “ricerca di senso” a proposito delle proprie scelte e in generale della propria vita: non è sempre semplice essere volontario quando si è a contatto con la sofferenza; la sofferenza “dell’altro” potrebbe amplificare le sofferenze proprie del volontario e obbligarlo a rivedere e modificare la propria scala di valori. 

Nella nostra cultura non è facile accogliere l’altro, è normale provare diffidenza, timore (impediscono la relazione); anche se senza “l’altro” non possiamo vivere, prevalgono all’inizio prudenza e istinto di difesa, individualismo. Superare tutto questo porta a ricchezza di risultati, ma richiede lavoro e disponibilità a cambiare e a fare proprio il significato della parola “accogliere” che indica un processo da attraversare. 
Uno dei cardini è imparare che non si sta facendo “la carità” ma si sta “accogliendo”, ovvero condividendo la propria vita, semplicemente ed autenticamente.
Non significa aiutare chi è più sfortunato, bisogna abbandonare il desiderio e l’illusione di poter “fare del bene” ad ogni costo, ma iniziare a guardare sé stessi. Il comportamento spiega bene l’iter: è fondamentale raggiungere l’altro dove lui è, ma senza travolgerlo; occorre saper “essere accanto” ben visibili e disponibili, ma in grado anche di attendere che l’altro faccia un cenno per chiedere. Il processo inizia dunque dai nostri limiti e fragilità, non dall’onnipotenza. Non sostituirsi all’altro, accettare invece l’altro com’è, dandogli la possibilità di vivere appieno; questo ci costringe ad imparare a «stare accanto», a volte anche senza «fare» nulla, ma presenti.

COME Il volontario non è un eroe ma solo una persona socialmente responsabile, solidale, il cui interesse e impegno per gli altri, nascono dalla attitudine alla partecipazione alla vita dei singoli e della società (cultura, politica). Apertura e flessibilità: la disponibilità dunque a lasciar “entrare” l’altro con i suoi “bagagli” senza pregiudizi (consapevolezza dei nostri “bagagli”). Strumenti sono l’ascolto attivo e partecipativo dell’altro (e di ciò che suscita in noi), un rapporto “ circolare” (accettare la possibilità che l’altro modifichi aspetti di noi senza annullarci, ma arricchendoci). 
La comunicazione significativa e profonda passa soprattutto attraverso le emozioni ed il canale non verbale (le espressioni del viso, il tono della voce, ecc.); comunicare aiuta l’”altro” a vivere lo stato di difficoltà da protagonista attivo e consapevole, considerato un interlocutore privilegiato. Questo aiuta gradualmente a creare la relazione di aiuto e l’alleanza tra il volontario ed il suo interlocutore, nel rispetto dei tempi necessari in funzione delle capacità e della maturità dell’altro di aprirsi al volontario-

La comunicazione attraverso il racconto in particolare è adatta ad esplorare il modo in cui una persona elabora la propria storia e dà senso alla propria vita. Il racconto della propria vita e del proprio vissuto è occasione di riflessione, crescita, cambiamento. La rievocazione provoca risonanze emotive in chi narra e chi ascolta ne diventa parte attiva. Chi racconta richiede e produce cambiamenti in sé stesso e nell’altro: l’azione di ri-apprendimento ha un significato di circolarità inducendo un pensiero autoriflessivo anche nell’ascoltatore. In sintesi l’ascoltare facilita la relazione con l’altro, permette di cogliere anche la comunicazione non verbale. Implica anche che il volontario impari ad ascoltare le proprie emozioni in relazione con l’altro e permette di acquisire la giusta distanza relazionale con l’altro. Si potrebbe dire che il volontario “somministra sé stesso all’altro attraverso la sua capacità di ascoltare, capire, calmare e rispondere. Empatia è il relazionarsi immedesimandosi con il proprio interlocutore fino a coglierne i pensieri e gli stati d’animo preservando comunque la coscienza della nostra identità come separata. La giusta distanza relazionale … Creare legami, addomesticare … con fatica

PERCHE’ Il volontario ha aspettative inconsce e motivazioni. E’ l’esperienza personale che motiva di solito le persone a cercare di porre rimedio ad una situazione di abbandono vissuta direttamente o vissuta da persone care. E poi c’è il valore dell’umanità: mettersi al servizio degli altri, riscoprire il valore del tempo e della gratuità, arricchirsi con ciò che gli altri donano, affinare le capacità di ascolto e aiuto: ciò che si fa per gli altri dà anche piacere, soddisfazione e risposte ai propri bisogni.
La spinta poi a continuare per molti volontari si trova in molte fonti, dal sentimento religioso, dove la fede funge da “spinta” che ispira le scelte. Oppure la sfida, del tutto animata da spirito umanistico, che dice che “si può fare qualcosa” e “si deve” mettersi in gioco e lottare per la vita mettendosi in gioco personalmente.

L’immagine è tratta da www.regione.piemonte.it/…/432-il-nuovo-consiglio-regionale-…