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Perdonare, non sempre si riesce

Perdonare, non sempre si riesce

Non parlo di danni materiali o fisici, non in questo momento. Parlo invece di danni morali, sofferenze nate spesso nell’ambiente famigliare: i rapporti fra genitori e figli, fra coniugi, tra fratelli o sorelle sono spessissimo guastati profondamente da torti di cui tutto l’entourage viene investito.

Perdonare sarebbe la cosa migliore nella maggior parte dei casi, ma è inutile appellarsi a ideali e buonismo: come è di tutta evidenza nella pratica terapeutica, perdonare, in un gran numero di situazioni, è cosa che non riesce a fare. .

Certo, penserà qualcuno, dipende dalle ragioni: dalla gravità di un torto, un tradimento, una mancanza, una sofferenza a vario titolo inflitta, in modo consapevole o addirittura inconsapevole. Purtroppo chi non riesce a perdonare si sente menomato, derubato di qualcosa e, contemporaneamente, questo credito forte che sente di avere nei confronti di qualcuno lo rende schiavo e prigioniero, reiterando la sofferenza, mantenendola sempre viva: non perdonare è una condanna a soffrire.

Non riuscire a perdonare è una sofferenza che si autoalimenta anche a distanza di anni … cosa è successo da un punto di vista simbolico? E’ successo che siamo rimasti incagliati, presi in una rete e non riusciamo a liberarci; la vita continua a scorrere ma un sottofondo di fastidio o rabbia o sofferenza ci accompagna inesorabilmente. Perdonare infatti significa dimenticare, minimizzare, lasciar andare e proseguire per la nostra strada.

Anche di fronte al torto che consideriamo pesante, occorrerebbe prendere coscienza che se anche qualcuno ci ha veramente causato un danno, per grande che sia, noi siamo diventati suoi complici nel reiterare la nostra sofferenza. Se del tempo è passato da quando siamo stati feriti, a maggior ragione occorrerebbe provare a ricondurre a quel tempo passato il quadro che ci rappresentiamo ogni giorno riattualizzandolo.

Chi ci ha ferito e offeso non è più la persona che abbiamo cominciato a odiare, quella persona è ed era, come noi siamo, un essere umano con le sue miserie e difficoltà, e semplicemente allora non è stata buona con noi, non è stata capace, non è stata all’altezza, non è stata come secondo noi avrebbe dovuto essere, non è stata. Succede in continuazione in innumerevoli rapporti, “non essere stati” è un limite del nostro essere umani.

Ma è necessario , per la nostra salute e la nostra vita, prendere le distanze, fisiche o mentali che siano; è necessario non farne un alibi per giustificare incapacità nostre, occorre pensare che nessuno di noi è esente dal fare torti agli altri, è necessario interrompere i pensieri che esprimono un giudizio, è necessario smettere di guardare indietro per cominciare a guardare avanti.